“Vedo bene, ma qualcosa non funziona come dovrebbe.”
Questa è una situazione più difficile da descrivere e da comunicare rispetto alla semplice visione sfocata.
In questi casi la nitidezza può sembrare soddisfacente, gli occhiali possono essere recenti e l’ultimo controllo può non aver evidenziato particolari problemi. Rimangono però fatica, instabilità o scarso comfort in alcune attività: dopo molte ore al computer, durante la lettura, nella guida, utilizzando le lenti a contatto oppure quando lo sguardo deve cambiare frequentemente distanza di messa a fuoco tra lontano e vicino.
È in questi casi che la valutazione optometrica può diventare particolarmente utile.
Situazioni differenti possono produrre sensazioni simili
La sensazione di “vedere bene ma non stare altrettanto bene” non ha una sola spiegazione.
Potrebbe infatti essere influenzata da:
- una correzione non pienamente adatta all’attività;
- una difficoltà del sistema visivo nel gestire la messa a fuoco;
- condizioni di sforzo eccessivo o stress durante il lavoro da vicino;
- una collaborazione poco efficiente tra i due occhi;
- condizioni ambientali o posturali sfavorevoli;
- un utilizzo intenso e prolungato dei dispositivi digitali;
- scarso comfort con occhiali o lenti a contatto;
- aspetti della superficie oculare che richiedono soluzioni avanzate.
Da soli, quindi, i sintomi non permettono di stabilire la causa del disagio. Per questo è importante rivolgersi a un professionista, affinché il proprio caso venga valutato con la dovuta attenzione e, quando necessario, vengano escluse situazioni più insidiose che richiedono un vero approfondimento medico.
Segnali che possono meritare un approfondimento
Può essere utile richiedere una valutazione quando si presentano con una certa regolarità situazioni come l’affaticamento durante le attività da vicino, un evidente calo di performance con il passare delle ore o difficoltà nel passaggio tra visione da vicino e visione da lontano.
Anche il desiderio di stropicciare o chiudere gli occhi, il mal di testa durante le attività più complesse, la difficoltà nel mantenere l’attenzione, il bisogno di rileggere più volte una frase per comprenderne il significato o la necessità di tenere il segno durante la lettura possono essere indicatori importanti.
Esistono poi fattori legati alla postura: un’inclinazione del capo, la tendenza a chinarsi sopra al libro, lo scrivere con il foglio inclinato. In alcune situazioni possono entrare in gioco anche aspetti che, a prima vista, sembrano poco pertinenti con la visione: mal di schiena, problemi di masticazione, malocclusioni, sensazione di vertigine o nausea, uso di tutori come busti, solette o bite notturni.
Non è necessario che siano presenti tutti questi segnali. È importante però conoscerli, osservare se e quando compaiono, quanto durano e durante quali attività diventano più evidenti.
Come si struttura una valutazione optometrica
Il colloquio iniziale permette di ricostruire le condizioni nelle quali compare la difficoltà. Successivamente possono essere approfonditi la correzione utilizzata, la qualità della visione alle diverse distanze, la messa a fuoco, la visione binoculare e le richieste specifiche delle attività quotidiane.
La valutazione non cerca necessariamente un’anomalia: cerca una spiegazione ragionevole e verificabile.
Il risultato può essere:
- l’indicazione di una soluzione visiva differente;
- una modifica delle modalità di utilizzo della correzione in uso;
- un approfondimento specifico;
- alcuni accorgimenti legati all’attività;
- l’invio al medico o a un altro professionista;
- la conferma che non emergono aspetti optometrici significativi.
Non sempre serve “qualcosa in più”
Una valutazione approfondita non deve necessariamente concludersi con un nuovo occhiale, una lente o un percorso optometrico.
L’obiettivo non è trovare a ogni costo qualcosa da correggere. A volte il risultato più utile è comprendere che la correzione è adeguata e che il problema può dipendere da fattori esterni alla vista.
