Nel linguaggio comune le parole “vista” e “visione” vengono spesso sovrapposte e adoperate come sinonimi. In realtà esse si riferiscono a due aspetti collegati, ma non identici.
La vista è la più semplice capacità di vedere: è più “quantitativa” e spesso si associa all’acuità visiva, ovvero quanto piccoli sono i caratteri che si riescono a riconoscere ad una determinata distanza. Per intenderci, la vista è quella capacità che viene misurata durante il normale rinnovo della patente quando si chiede al paziente di leggere le lettere di una tabella appesa al muro.
La visione è invece qualcosa di assai più complesso, intricato e, almeno in parte, labile. Non si può parlare di visione senza parlare di “percezione”, ovvero il passaggio successivo alla vista. A questo livello non ci si limita infatti a identificare degli stimoli, ma si chiede di comprenderli, di ricordarli, ordinarli ed integrarli ad altre informazioni, che a volte sembrano anche c’entrare poco con gli occhi. Naturalmente questa capacità poi deve essere sostenibile nel tempo, senza fatica e senza disagio da parte della persona.
Per intenderci: la differenza fra vista e visione è come quella fra il saper leggere l’alfabeto e il saper comporre una frase. È la linea che divide il riuscire a sedersi davanti al monitor del PC e il poterlo fare senza sforzo per diverse ore; fra aprire un libro alla pagina giusta e il riuscire a capire cosa vi è scritto; fra riuscire a colpire con un calcio il pallone fra i propri piedi e saperlo invece mandare con sicurezza nella direzione scelta dai nostri occhi.
Una vista nitida è solo il primo passo
Beninteso, la misurazione della vista non è qualcosa di secondario: essa è il punto di partenza per poter osservare in modo nitido ciò che ci circonda. È un dato importante perché il comfort nelle attività quotidiane dipende molto da essa e una correzione imprecisa sicuramente non può garantire performance efficaci.
Da sola, però, la nitidezza non può raccontare come si comportano i propri occhi durante le attività della giornata. Quando le attività sono impegnative, magari protratte per lunghi periodi o condotte in condizioni non ottimali, il sistema visivo può essere messo a dura prova. Ecco, quindi, che leggere una scadenza scritta in piccolo sul fondo di un barattolo è una sfida completamente diversa dal leggere un libro, scritto più in grande, ma che magari spiega difficili concetti di matematica!
In altre parole, nel momento in cui si passa dal misurare la vista al valutare la visione, la domanda si trasforma da “Quanto vedo?” a “Come sto mentre vedo?”.
Detta così la visione potrebbe quasi passare per un concetto puramente astratto, quasi del tutto irrazionale e magari pure poco scientifico. La realtà è però ben diversa: l’optometria, ovvero la scienza che studia la visione, è una disciplina coi suoi metodi, i suoi strumenti, i suoi protocolli e soprattutto tanta letteratura e questi aspetti, quindi, li si possono in larghissima parte misurare. Basti pensare che, almeno in Italia, l’optometrista è un professionista laureato appartenente alla classe delle Scienze di Fisica e Astronomia, con un percorso curricolare che però abbraccia la medicina, la psicofisica, la chimica e la biodinamica.
È forse proprio questo dualismo a rendere l’optometria affascinante: è un ponte fra il rigore della scienza e la complessità della percezione.
Bello, ma nel concreto?
Durante una normale giornata di lavoro, gli occhi non si fermano mai. Passano in continuazione dal mettere a fuoco qualcosa di lontano a qualcosa di vicino, leggono righe di testo, raccolgono informazioni sull’ambiente che ci circonda e individuano pericoli permettendoci di spostarci con sicurezza nello spazio, governano in larga parte la coordinazione motoria, ci permettono di fare sport, di guidare, di riconoscere qualcuno che si avvicina a noi, ci consentono di leggere, di imparare, di preparare il pranzo e prendere la metro.
Queste attività possono rivelarsi assai più complesse di quanto ci si possa immaginare poiché il semplice riuscire a vedere in queste situazioni non è da solo sufficiente. Prendiamo ad esempio ciò che accade alla guida: bisogna che gli occhi si muovano assieme, restando allineati e coordinandosi per mantenere lo sguardo verso la direzione che ci interessa; serve poi che vi sia una messa a fuoco rapida, costante e precisa per permetterci di individuare chiaramente ciò che stiamo osservando, che sia la macchina di fronte a noi o la radio a pochi centimetri. Gli stimoli dei due occhi vanno poi sommati in un’unica grande immagine di cui poter avere consapevolezza così che si riesca a riconoscere non solo oggetti, ma anche direzioni, spazi, ingombri; la periferia del campo visivo deve costantemente essere vagliata in maniera che eventuali pericoli che ci circondano siano velocemente riconoscibili.
Se sul fanale posteriore dell’auto che ci precede si accendesse una luce rossa dovremmo accorgercene il più velocemente possibile: i raggi luminosi devono entrare correttamente nell’occhio, attraversare lacrima, cornea e cristallino e quindi arrivare ordinatamente sulla retina. Qui la luce verrà tradotta in segnali chimici e poi elettrici, così che le informazioni possano viaggiare attraverso le vie nervose sino al cervello, dove a loro volta altri stimoli dovranno far sì che in poche frazioni di secondo i muscoli della nostra gamba si contraggano affinché venga premuto il pedale del freno.
Insomma, dietro al semplice “vedere”, si celano meccanismi complessi e delicati. Presi singolarmente questi appaiono quasi ovvi e banali, ma è sommandoli assieme che attività “banali” come il guidare una macchina diventano possibili.
Quando la vista è buona, ma qualcosa non torna
Se durante le proprie attività uno di questi tasselli non dovesse funzionare a dovere ed essere in qualche modo fuori posto, la persona se ne accorge molto spesso da sola, anche se non sempre. Quello che però riferisce quasi mai è “vedo male”, ma assomiglia più ad un “vedo bene ma…”.
È frequente che riferisca stanchezza, bisogno di interrompere l’attività, difficoltà a mantenere la concentrazione visiva, sensazione di instabilità o comfort scarso nonostante una buona nitidezza.
Ciò non significa che ogni fastidio dipenda dalla visione, tuttavia, quando questi elementi ricorrono frequentemente, può essere opportuno capire se il sistema visivo partecipa al disagio, in che quantità e quali soluzioni possono essere prese in considerazione.
Un controllo limitato alla sola acuità visiva, quindi alla vista, può concludersi con un risultato solo apparentemente soddisfacente: le lettere si leggono, la correzione sembra adeguata, la nitidezza è buona, eppure, nella vita quotidiana, la persona continuerebbe a percepire fatica o poca stabilità.
È proprio in questi casi che diventa necessario il passo successivo e iniziare a parlare di visione.
Quindi cosa fa per me l’optometrista?
Una visita optometrica parte anch’essa dalla nitidezza, poi però prosegue oltre.
L’optometrista ha infatti il compito di costruire l’esame proprio sui problemi riscontrati dal suo paziente. Decide quindi se in quella situazione va approfondito il comportamento della visione da vicino, la stabilità della messa a fuoco, il passaggio tra distanze diverse, la collaborazione tra i due occhi o il rapporto tra correzione, postura e attività svolte.
Fare optometria è proprio questo. È analizzare condizioni visive di volta in volta diverse, è saper ridurre un’attività complessa come la visione in minimi termini, in funzioni più elementari che possano appunto essere misurate e quindi ordinate per ricavarne un quadro completo, leggibile e più facilmente interpretabile anche per il suo paziente, il tutto senza perdere di vista, è proprio il caso di dire, il quadro più ampio della situazione.
E chiaramente non finisce qui: una volta individuato il problema è sempre l’optometrista che ha il compito di suggerire soluzioni efficaci e nuovamente cucite su misura del paziente, siano essi occhiali, lenti a contatto o esercizi di visual training.
Naturalmente fra i possibili scenari non vanno trascurati nemmeno quelli in cui l’optometrista riconosce di non essere la figura adatta a risolvere quello specifico problema: quando emergono elementi che esulano dal suo ambito, il riferimento rimane il medico oculista o il professionista più appropriato. La valutazione optometrica non sostituisce infatti la diagnosi medica: lavora su un piano diverso, legato al funzionamento visivo e al comfort nelle attività quotidiane.
